Straniera a me stessa

Quando smetterò di cercarti come terra promessa,
E quando smetterò di esser straniera a me stessa
Per accoglierti come profugo
Senza saper dare asilo a me,
Solo allora saprò che misura ho,
E di che materia son fatta,
Solo allora darò tregua
Ai miei impossibili aneliti,
Solo allora accetterò la mia solitudine,
Che or mi pesa come croce.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Introspezioni

A forza di guardare dentro e scavare
Non vedi più la terra che calpesti,
La luce che ricerchi è anche nelle orme
Scure e pesanti,
L’essenza non è semplicemente eterea,
È fatta di sé, di budella, di errori,
Nella via del pensiero c’è riso e frutti,
Astrazione si basa su toccar terra prima,
Non si vola senza aver prima camminato

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Paola

charmel-raffinata[1]Quel giorno che Paola arrivò trafelata da me, per raccontarmi in lacrime di essersi lasciata con Amin, la strinsi forti a me e non dissi una parola. Quando arrivano le mie amiche in lacrime, non dico nulla. Pronta: abbracci silenziosi, fazzoletti, e incomincio a tirar fuori bastardelle, fruste, latte, farine e uova. Non c’è nessun dolore che una buona tazza di cioccolata calda e una tortina di mele non possano placare. Se poi è tempo di marron glacé, i dispiaceri li abbiamo belli che mangiati e fatti sparire. Paola era una donna di una bellezza raffinata, eterea, così filiforme, un collo da cigno, aveva perfetti capelli di seta, castani con striature chiare naturali, un’eleganza innata. Tutti gli uomini che gravitavano nella sua sfera se ne innamoravano, ma lei era così distante, irraggiungibile. Aveva avuto delle storie brevi e poco incisive. Fino a quando si era innamorata del suo amico Amin, scrittore libanese, poeta e sceneggiatore, un uomo intelligente, dalla bellezza profondamente intarsiata da rughe e occhiaie profonde, che incorniciavano i più begli occhi mediorientali mai visti.

Amin era sposato. Paola lo sapeva, ma non era riuscita a starne lontano e quando la storia si era infittita, da flirt era diventata una cosa importante, per entrambi. Ma lui aveva contemporaneamente una vera e propria venerazione per la moglie, regista teatrale, intellettuale e musa dei suoi primi scritti, dalla quale non si sarebbe mai separato. La passione divorava entrambi e sapevano, nemmeno troppo segretamente, che sarebbe arrivato prima o poi il giorno del loro addio, ma nel frattempo si consumavano nell’ardore e negli appuntamenti più rischiosi ed eccitanti. Quando non potevano vedersi, passavano le ore tra telefono, messaggi, mail. Erano stati giorni, mesi intensissimi, senza tregua, che li avevano svuotati e riempiti al tempo stesso, poi era arrivato il giorno che a entrambi era noto, quello della fine della relazione. Amin sarebbe partito per un lungo viaggio, avrebbe seguito la carovana teatrale della moglie e sarebbe tornato non prima di un anno, un tempo lunghissimo, funesto, durante il quale lei non lo avrebbe mai più visto.

Era come morire, restando in piedi. Paola credette di star per decidere di tirarsi un colpo. Amin non poteva farle questo, non lui, non a lei. Gli innamorati si dicono sempre le cose chiaramente e chiaramente non tengono fede, mica l’amore è una roba da ragionieri. Stringevo Paola, le asciugavo le lacrime e intanto giravo la cioccolata calda. Per fortuna era anche tempo di marron glacé.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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La tua pacata essenza

E’ così sorprendente la tua bellezza,
Che mi cogli impreparata, Tu respiri, io ti aspiro,
Tu mi guardi, io sobbalzo, mi stringi la mano,
La forza tua scorre nel sangue mio,
La tua parola taciuta fa eco nella mia testa,
Il tuo meraviglioso parlare,
La voce tua che m’ammorbidisce l’animo di pietra,
La tua pacata essenza, la tua pietas,
Così avvolgente e affine,
Non so nemmeno di che volto sei fatto,
è tale la tua luce, che abbaglia le tue fattezze,
E non so vedere che bellezza dove tu non sai scorgerne.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Non chiudermi il cielo

Ho solo bisogno di sperare,
Non chiudermi il cielo,
Lasciami guardare quelle stelle
Così lontane eppure così vicine,
Distraiti e lasciami baciare questa volta celeste
Così fiera di me e dei mie sogni,
Lascia che mi conquisti e mi prenda a sé.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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La vita aggrappata

Solo il dolore universale rimpicciolisce quello particolare.
I corpi sepolti da acque senza approdo certo,
Rendono minuscolo il mio corpo vivo nei cieli comodi
Delle terre senza guerre, con le tensioni infeconde
Della gente con la pancia piena,
Solo lo sguardo senza più parole
Può far tacere le parole senza sguardo,
Solo la vita aggrappata dà la misura alla vita
Appoggiata ai letti molli,
Solo le urla di madri lacerate nelle carni
Possono coprire il grido spento dell’amarezza angusta.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Ho un fiume di parole

Ho un fiume di parole, quelle più scintillanti le porto in superficie, quelle più cupe, dolorose, rabbiose, urticanti, le costringo nelle mie gabbie. Sono parole di vetro, la mia mente corre, si libera, poi atterra malamente al suolo, si frantuma, si rialza, si sfracella nuovamente, tutto un affanno, una ricerca continua del baricentro, una folla di pensieri misti, antitetici, asfittici ora, liberatori poi, deliranti e poi concreti, e nel mezzo scorre una vita che ha tanti burroni da saltare, con tutte le energie che ho in corpo e il cuore in gola, perché la paura di caderci e restarci è tanta Una vita poco liscia, ma è la mia vita e la grande forza è accettare quel che di male ti arriva alle spalle, senza lasciarsi seppellire, ma combattere per raddrizzare il tuo destino storto. E ringraziare persino quando piove, perché poi il sole ti appare più abbagliante.

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Una fontana asciutta

La città è rumorosa,
Non partecipo ai suoi zampilli
Né odo i suoi richiami alla bruttezza,
Resto neutra, in bilico sulla fune,
Né euforica né triste,
Una fontana asciutta,
Fatta di statue in marmo
E rotta al suo destino,
Una giornata senza nebbie
E senza godimenti,
Forse è l’ora del pensar quieto.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Le parole

Ribollono le parole, si mischiano,
Si infittiscono, si dispongono allegre in girotondo,
O come frutti secchi in una collana triste,
Si accavallano, suonano fanfara,
Sberluccicano, esplodono, si nascondono,
Si intimidiscono, si travestono,
Si impossessano della vita mia,
E ne fanno carta carbone,
Padrone loro del mio sentire,
E del mio destino di carta.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Io ti cerco

Io ti cerco

Io ti cerco nella mia ciotola,
E nei grani della mia collana,
Nei furori della terra,
Ti cerco ovunque, perché vorrei sapere che non ci sei,
O vorrei sapere che ci sei e sei ovunque,
Anche negli occhi miei che peccano,
Anche nelle preghiere che non so rivolgerti,
Anche nelle mani mie che non sanno aiutare altri figli tuoi,
Anche nella mia mente stanca,
Anche nelle mie carni senza santità,
Anche nei miei pensieri minimi,
Nei miei egoismi infiniti
Io ti cerco, e trovarti è la mia sfida,
Io ti cerco, e lasciarti trovare è la tua resa
Al mio dubbioso amore

Amelia De Simone – novembre 2014.

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