Ti immagino

Leggo le tue parole e ti immagino, immagino le tue mani.
La tua bocca, quella voce che vibra emozioni di miele,
Leggo e mi pare di ascoltarti,
Leggo e ricalco le tue azioni,
Ti seguo passo passo nella stanza, Muovo l’aria che muovi tu,
Ripeto le tue orme, piego le labbra
Nello stesso modo in cui le pieghi tu,
Mi riavvio i capelli come te
E ancora mi tocco un orecchio come te, e il naso,
Stringo gli occhi come te,
Mi siedo in poltrona come te,
Non sono te, ma sono le tue azioni, i tuoi pensieri.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Nutrila

É una pazzia cercarti in strada,
Seguire il tuo odore, annusare l’aria,
è la pazzia che ti dono, godine,
Portala al collo come piume di pavone,
E nutrila ancora a dismisura.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Poesia triste

Proprio tu mi insegni a viverti invisibile,
Immagino la tua presenza e la diffondo
Nella memoria finta, nella fantasia vera,
Scorro immagini di vita mai vissuta,
Ancora respiro quel fiato
Che non s’è appoggiato sulle mie labbra,
La mia presenza ti ingombra,
Nemmeno so cosa scruti, nemmeno so
In quale soffitta m’hai messa,
Tra vecchi bauli e donne a volte importanti
A volte ridotte a ombre

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Se

Se sapessimo leggere oltre le parole, se riuscissimo a cogliere il dolore delle persone nascosto dietro a sorrisi e spavalderia, se cogliessimo il desiderio di una carezza innocente dietro agli atteggiamenti delle femmes fatales, se riuscissimo a vedere quanta disperazione negli addii che vogliono solo dire “tienimi con te, stringimi, non staccarti mai” , se sapessimo alleggerire quei fardelli emotivi che zavorrano e isolano, se solo sapessimo andare oltre, e spenderci per gli altri e mettere in circolo un’affettività che figlia altra affettività e non stessimo a guardare con indifferenza o una riservatezza che diventa quasi apatia, e se non avessimo paura di dare troppo di noi, quanti cuori più leggeri, quante braccia che circondano altre braccia, quanti occhi più asciutti. Se

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Dare imposizioni all’altro, costruire recinti, è limitare l’altrui libertà e rinforzare le proprie gabbie mentali. Il prigioniero è più libero del suo secondino, può volare con la mente, inventare corse sfrenate in prati sconfinati, il suo aguzzino saprà contare solo passi e sbarre d’acciaio, respiri angosciati, saprà vedere solo asfalto, polvere e ferro.

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I cuori a volte si riattaccano, si ricuciono, altre volte hanno bisogno di scosse. Tum tum, forza e coraggio, i cuori limpidi sono sempre d’acciaio e senza paure. E la famiglia ricostituisce il famoso cerchio d’amore, fatto di fuoco, indistruttibile, inossidabile.

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La tua imperfezione

Per quanto riesca a celartelo,
É di te che sono fatti i pensieri miei,
E poche altre cose,
Eppure non t’ho innalzato
A divinità, ti vedo così imperfetto,
E nella tua imperfezione io mi specchio
E mi ci perdo, col godimento in petto.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Sono

Divento di vento nei giorni In cui so allontanarmi
Dal ragionar piccolo e percettivo,
Mi confondo con lo scorrere incessante
Dei moti astrali,
Con l’acqua, il fuoco, l’aria e la terra,
Sono particella del creato,
E non ho più né affanni né desideri.
Sono, infinitamente sono.
Non ho più dubbi, né dolori,
Né amori, né paure, né tradimenti,
Né bugie, né sotterfugi,
Sono fatta di essenza perfetta,
La mia mente è nell’altrove,
Non s’assoggetta alle leggi terrene,
Viaggia nei saperi universali,
Particella del creato,
Infinitesimale e senza peso.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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Il libro delle risposte

wislawa-che-legge[1]Quand’ero vecchia, vecchissima, circa novant’anni, gestivo una libreria. Ogni mattina il giovanotto della drogheria di fianco mi aiutava ad alzare la serranda, io in cambio gli lasciavo sfogliare tutti libri che voleva, tranne uno, il libro delle risposte.

Quel libro era magico e andava maneggiato con cura e molta, molta cautela. Conteneva risposte profonde, indubitabili, molte volte dolorose. Ed io volevo fare tutto nella mia vita, che poteva essere ancora corta o lunga, a seconda dei capricci del buon Padre, tranne che spargere dolore. Era il mio libro segreto, quello che tiravo fuori una volta l’anno, massimo due, per i miei giovani amici dal cuore infranto. Per lo più donne, ma a volte anche giovanottoni dall’aria spavalda e dal cuore di burro, tutti con la testa in subbuglio, innamorati persi e con la paura di perdere la persona amata.

Ricordo nitidamente – per avere novant’anni sono una vecchia signora arzillissima! – quando arrivò Annina, che era tutta un peperino e si era innamorata di uno scrittore. Lei tutta fuoco e fiamme, lui pacato, riflessivo, avevano dei tempi di reazione diversissimi, per cui lei soffriva della sua lentezza, nelle dimostrazioni affettive e nello sbocciare dei sentimenti, per cui ogni tanto partiva in quarta e lo bistrattava. L’ultima volta lo aveva addirittura lasciato, a lei le mollezze non erano mai piaciute.

Però poi ripensava a lui in continuazione, al suo animo così generoso e altruista, alle sue pacifiche lotte per i diritti civili, ai toni garbati, ai suoi accenti emozionali così profondi, alle sfumature eleganti dei suoi scritti e gli mancava da morire. Ma Annina era orgogliosa, una che piuttosto che ritornare sui suoi passi, sarebbe morta di fame e sete. Però almeno voleva saperlo se era destino che continuassero o fosse finita davvero. Dentro di sé sapeva la verità, sapeva che no, non era finita, troppi fili in sospeso, troppi nodi da riallacciare, troppe esperienze da vivere insieme.

E mi chiese che le facessi consultare il libro delle risposte, glielo porsi subito, non mi piace che una persona amica senta il peso del favore, se si dona, bisogna farlo con leggerezza, senza mai farlo pesare. Le mani le tremavano, in quel libro c’era il suo destino di donna felice o infelice, forse di madre, e quella risposta avrebbe cambiato il corso della sua vita.

Le presi una sedia – pur pesando appena 42 chili, sono una donna d’acciaio – e lei si accasciò sopra. Iniziò a piangere, delle lacrime silenziose, il tappo delle emozioni si stava togliendo, copiose le lacrime bagnarono il tavolo su cui era appoggiato il libro. Le passai lievemente una mano in testa, aveva una testa piena di ricci rossi, una pelle chiara e lentigginosa e gli occhi più grandi e drammatici che abbia mai visto. Riuscì ad arcuare le labbra in un sorriso breve e di cortesia. Le feci portare una mano al cuore e l’altra sul libro.

Formula chiaramente la domanda e apri il libro, le ordinai con voce pacata. La sua domanda la conosciamo, la risposta fu che svenne. Il libro le aveva risposto che la sua vita sarebbe rimasta intrecciata al suo amato scrittore. La rianimai e poi andai a preparale una buona tazza di tè.

Amelia De Simone – novembre 2014.

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