E’ lampo di luce quel che vedo,
e subito dopo ricado nel buio,
perché se fossi così immensa da vivere
sempre nel tuo riverbero,
sarei una tua Scintilla,
invece sono fatta di caduca carne,
di fragile pensiero,
di corruzione desta,
di mille paure,
ma ti cerco, Creatore, e so
che ogni giorno che respiro e penso
è un dono che mi fai,
e che ad ogni mia caduta è pronta la tua mano,
se solo vorrò afferrarla, se solo saprò vederla
I miei capelli sono intrisi della tua pelle,
Sanno di tabacchi e baci,
D’un caffè speziato, amaro,
Di pagine di libri amati,
Sanno delle tue mani,
Della tua bocca che li benedice,
I miei capelli sono una cornice luminosa
E sanno di tante cose
E tante cose sanno.
Liberamente ispirato a una cliente incrociata a Il Camaleonte Piola.
Oggi é un giorno di festa, ma lo sapete io non chiudo mai la torteria, tranne al mercoledì e giusto 15 giorni all’anno per andare….ve lo dirò poi dove vado ogni anno, sempre lo stesso luogo, che é un posto che racchiude tutti i luoghi del mondo, ma ci vorrebbe un intero libro per raccontarvelo, e poi forse avrete imparato a capirmi, non racconto molte cose di me, dovete aver pazienza ed attendere che mi schiuda, come un uovo.
Ho avuto molto clienti, nessuno era frettoloso, d’altronde é scritto all’ingresso: Gentile cliente insieme a torte e bevande calde ti farò dono d’un pezzo importante della tua vita, il tuo tempo. Godilo insieme alle dolcezze della torteria. Sii premuroso verso me e verso te stesso, e prendi una fetta di serenità.
Li osservo con nonchalance mentre leggono, prima un po’ stupefatti, poi piacevolmente convinti dal tono pacifico del cartello, poi quando incrociano lo sguardo e ascoltano la mia voce morbida, suadente, si convincono di essere capitati nel posto giusto e si siedono senza fretta.
Oggi é lunedì e tutti i lunedì arriva Amina. É una ragazza marocchina bellissima, i capelli neri, ricci, che si arrampicano verso l’alto, divisi al centro in due ciocche ribelli, alta, longilinea, gli occhi così grandi che ci abiti al primo sguardo, il carbone delle pupille accentuato dal kajal, le fosse sulle guance, un sorriso che magnetizza gli sguardi.
Amina é incontenibile, appena entra mi salta al collo, mi riempie di baci e ruba un biscotto dai contenitori, dà un morso, poi me lo porge perché anch’io ne prenda un po’, poi mi slega il grembiule, e incomincia a parlare. Quanto parla Amina! Parla e ride e poi mi abbraccia e poi ancora mi bacia le guance, e mi dice: tu sei la mia mamma vera! Mi saltella intorno, io fingo fastidio, intanto controllo che della sua torta preferita ce ne sia ancora in abbondanza, ne spolvera due fettone gigantesche, ha gli occhi felici, é la voglia di vivere in persona, la sua allegria mi contagia, mi fa bene al cuore.
É ora di tornare a casa, mi dice: Mamy, a lunedì, mi stampa un bacio sulla fronte e scappa via, una folata di belle cose la segue e un’altra resta con me.
Ho una collana sacra,
conto i grani,
Consumo le dita
A cercare calma.
Il mio spirito si ricompone,
Le fratture si restringono,
il cuore s’alleggerisce,
La veste mi ricopre sobria,
La pace mi pervade,
Merito anch’io
La luce di ori divini.
Sgorgano copiose,
ma forse il mio corpo chiede carezze silenziose,
sguardi che approvano in silenzio, abbracci silenziosi.
Faccio rumore per non ascoltare
la pancia vuota d’amore.
Le assenze mi offendono,
mi abbandonano ancora e ancora,
la prima volta è stata una madre morente
per mettermi al mondo,
Uno strappo dalle carni, solchi pieni di dolorose piaghe.
Parlami o, tacendo, accoglimi nei tuoi palmi, nei tuoi occhi, nei tuoi pensieri.
Mescolo parole urlate e parole inespresse,
implodo, esplodo, mi rannicchio,
questuo tocchi morbidi al petto,
e scrivo e parlo e non dico
T’ho sedotta con la mia solitudine,
Sono la tua melodia tzigana,
Struggente e malinconica,
Danzo sola, e tu mi osservi,
Senza la cautela degli uomini accorti,
Consapevole che l’ostacolo
Tra noi sono i troppi nodi
Della mia mente,
Troppo fiato ti toglie la carne mia,
Per aver le forze di guidare
Le note tristi del mio ballo,
E continui ad aleggiare
Senza mai confonderti in me
Quando guardo il cielo, l’orizzonte,
le nubi, un prato, le radici di un albero o i suoi rami,
I mulinelli dell’acqua trasparente,
Gli scogli o le rocce,
E vedo il vento, che é invisibile
Solo a chi non sa vederlo,
Un uccellino, un gatto, un fiore,
Il tramonto, forse io vedo Dio,
Oppure scorgo la mia parte divina,
La mia essenza di fresco vento,
Di dirupo e di vetta, divento natura,
Ascolto il suo linguaggio,
I suoi ritmi, respiro serena, piena,
Accolta, e l’accolgo,
Dimentico i miei confini umani e sono
Orizzonte, cielo, nube, prato, radice e ramo
Amelia De Simone – ottobre 2014
Questa poesia è contenuta nel libro di cui sono coautrice: “Dimmi qualcosa di bello” ed. Vita. Puoi prenotare il libro scrivendo a: vitaeditrice@gmail.com
Nella mia preghiera trovo la consolazione
Che le attese mi negano,
Io divento senza corpo,
Fatta di luce, fiamma di candela e fumo,
Le parole ripetute all’infinito,
La calma che scende e pervade,
M’abbandono e divento distante
Dalla mia terra di nostalgie
E delusioni,
So più di me, ritrovo nell’assenza
L’essenza mia, nel silenzio la mia voce,
Lo spirito si libera, si avvicina ai cieli,
La pace si diffonde, m’abbraccia,
Mi placa.
Io chiedo a te, Creatore senza volto,
Qual è il senso di questi calvari
Dove mi ritrovo in questi smarrimenti.
Dov’è il mio guado,
Cosa può illuminare il mio filo di luce,
E ancora ti chiedo perché io, Padre,
Perché gli occhi così aperti al soffio
Di vita devono restare attoniti e
Non riposare nella desiderata quietudine,
E mentre chiedo, ascolto le tue risposte
Silenti e chiedo non più di capire,
Ma di avere la forza di abbracciare
Questo legno così pesante.
Gli occhi sgranati sul mondo altro, persi ad inseguire un filo di Arianna invisibile, connessi al sogno, così inutilmente drammatici, così ingiustamente profondi, recitano la commedia della vita scrutata 14e non semplicemente vissuta.