Ho abbandonato le stanze che mi tenevano buia e prigioniera,
Ho varcato la soglia del mio rifugio,
La casa bianca con le finestre azzurre,
Dove mangiamo pane condito con acqua di mare,
Tu ceselli poesie, io mi ispiro a te,
Tu leggi, mi perdo anch’io tra gli amati libri,
Ci amiamo in passione, colmi,
Non una regola nelle nostre mura bianche,
Non un’ora acerba che renda crudele il risveglio,
Tenera é la mano tua sul mio viso,
E la mia sul tuo,
Una vita che non conosce dissapori,
Solo la nenia dei poeti amanti,
Solo la musica degli spiriti felici
Ho talmente vagheggiato quei giorni,
Ed ora che li ho vissuti con te,
Non so se mi muovo ancora nel mio sogno,
Se credo d’averti amato,
D’aver passato le ore a carezzarti
Quei capelli così ribelli, da adolescente buffo,
E quel viso da bambino con la pancia piena,
D’aver baciato quelle labbra di pane,
O se davvero é accaduto,
Ma che importa,
Cercare le differenze tra sogno e realtà
Appartieni ai cuori in secca
Qualunque sia il mondo in cui t’ho amato,
É stato l’unico che m’ha resa gravida di felicità
Non ero di quella bellezza importunante
Fino a che i tuoi occhi
Si sono posati su di me,
Come un parto dalla tua mente,
Una cova dei tuoi desideri,
M’hai trasfigurata, inventata,
Dipinta, narrata,
Intuendo magmi e tracciando vie laviche,
Ero appena un viso senza brutture,
E tu m’hai resa una pennellata geniale,
Una primavera prorompente,
Che sboccia in ogni ramo della tua pianta,
Un ciliegio in fiore, pieno di grazia ed estasi
Il tempo di riposare le membra,
e poi fummo scandalo e peccato,
ne fummo schiavi,
nessuno può ricoverarsi da tanta furia e istinto
d’esser labbra di labbra, fiato nel fiato,
non seguimmo che il nostro destino,
senza le false paure,
senza temere di esser poi
la polvere delle nostra stesse ossa,
lasciammo fiorire capelli e carezze infinite,
senza mai arrenderci,
ritrovando antichi gesti
in giorni nuovi
Ho una fitta, persiste,
É la tua assenza, ti sogno,
Ti chiamo, eppure resisti,
La fitta insiste, ho squame non più pelle,
Ritorna, che anche tu mi sogni
Il dr. Kramer è il mio psicologo. Credo che abbia scelto questo mestiere perché ha mani troppo belle per imbruttirle facendo il muratore, ad esempio. Conosco a stento il suono della sua voce. Una voce profonda, calma, che sa di mare d’estate nel pomeriggio inoltrato, quando l’acqua è cristallina e calda e raccolta in sè. Mi porge la mano, caloroso, leggermente affettuoso, mi saluta e poi cominciamo la seduta. Mi siedo in poltrona (non esistono più i lettini, sono un’invenzione cinematografica!) e incomincio a raccontarmi. A volte ho cose interessanti da riportargli, vedo che lui prende appunti, sono una brava paziente. Altre volte invece devo inventarmi qualcosa, mi dispiace che lui non rimanga colpito, diamine non posso deluderlo così. Allora mi invento cose turpi, o grandi disagi emozionali. Riesco persino a piangere, con lacrimoni silenti, senza singhiozzare, non voglio metterlo a disagio e poi è tremendamente inelegante. Mi porge un fazzolettino, è partecipe, ma non parla. D’altronde che deve dirmi? “Continui, così prendo appunti”? Altre volte gli dico la verità, mi metto a nudo, ma mi pare una cosa sconveniente, io vado da lui solo perché parlare ad alta voce in strada mi procurerebbe qualche guaio. Vorrei che lui mi dicesse, proprio quando racconto la verità più vera: “Signora, perché inventa? Io son qui per aiutarla, perché non si fida di me?” E vorrei rispondergli” Perché non mi fido degli uomini, ho scelto lei e non una donna per continuare a non fidarmi degli uomini, il piacere masochista prolungato” Credo che il dr. Kramer abbia un lungo lavoro da fare con me. Ha appena comprato un taccuino nuovo, dedicato solo a me. Amelie, bugiarda impenitente.
Non sono la mia stessa essenza,
sono quel battito incontrollato nel petto
mentre ti aprivo ai miei mondi
e ancora quegli occhi che ti scrutavano
senza pace e senza pudore, insistenti,
e quel parlare incessante, persino folle,
e quei fulmini di delusione e tristezza
e subito dopo gioia furiosa, indomita.
Non sono la mia stessa essenza
ma altro da me sola, oltre,
un intreccio di voci che diventano coro,
di pensieri solitari che diventano canto,
sono fatta della tua essenza
Le ore d’attesa sono come
Le canne che danno acqua d’estate
Nelle viuzze dei paesi in pietra
Goccia a goccia, non dissetano
Ma ti alleviano l’arsura,
E ingigantiscono il desiderio
Di bere smodatamente
Le ore di attesa creano dialoghi
E ombre intrecciate e occhi che
Raccontano come nei sogni,
Inventano sensazioni e azioni
Che poi si ricorderanno come accadute
Le ore d’attesa ti cuciono
Nuovi vestiti sulla pelle
E nuove espressioni al viso
E nuovi timbri alla voce
Le ore di attesa sono il vivaio dei sogni.
Quale grazia s’assiepa in una nuca di donna,
Conchiglie di capelli setosi,
Perle che impreziosiscono un calco roseo,
Il collo teso a maturar pensieri e ardori,
A richiamar timidi baci e tenere carezze,
Nuca di donna, sobria senza parer austera,
Scolpita da mani abili, nuca orgogliosa,
Nuca che nasconde risposte, e instilla sospiri.
La notte inghiotte questo pipistrello che mi tiene in pancia con le mie valige,
L’oscurità è completa eppur non mi spaventa, sento d’esser del mondo,
d’appartenergli senza peso,
senza disperdermi,
senza il narcisismo di essere migliore,
Un corpo come miliardi,
Un’identità che non soverchia,
Arriva un piccolo senso di quiete.15