Nella mia bolla

Ho così sete, così sete,
E l’acqua scorre sotto di me,
La sento, l’avverto, ma non l’afferro,
Mi scivola tra le dita La mia sete mi toglie vita
E mi spinge alla vita,
Resto nella mia bolla da altera,
Troppi vagheggi, poca terra salda

Amelia De Simone – dicembre 2014.

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Il poeta

Ma non lasciatevi ingannare, il poeta non scrive mai davvero per trasporto amoroso o per afflato osmotico o per senso del trascendentale, il poeta ha una sola fonte, la solitudine interiore più profonda, più inviolabile, e scrive copiosamente per demonizzare gli struggimenti, per declamare ad alta voce questo sentirsi un’anima solitaria, sola e incompresa al mondo. Il poeta che scriva versi felici o li partorisca ad ogni decade è semplicemente uno scrittore ispirato in quel momento, e prestato temporaneamente alla poesia. Il poeta odia la sua condizione – ma se non la abitasse non conoscerebbe ispirazione – la sua dannazione diventa la sua voce.

Amelia De Simone.

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Egolatrie

Sì, suonami come un violino,
Le corde tese, un suono che vibra
E rompe con leziosa malinconia
Il silenzio senza densità,
Sono strumento che pretende
Perizia e passione che scuote,
E tu, artista immerso nei tuoi fluidi poetici,
Cerchi di me e mi canti,
Senza afferrarmi per davvero,
Perché è l’amor per me che studi
E accordi, cercando conferme ai tuoi
Pensieri, senza trovarmi,
Schiavo delle egolatrie degli artisti

Amelia De Simone – dicembre 2014.

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La capinera

I miei cocci,
non presti attenzione,
li calpesti,
e ancora ne fai altri,
tintinnano,
i tuoi passi arrivano sordi,
sovrastano la voce rotta,
scevri di delicatezza,
lasciano orme che raspano
una pelle arsa e lacera,
non hai colpe,
se non l’assenza di devozione,
curiosità del corpo e non dei flutti interni,
attrazione della bellezza
e non per i chiostri silenti
d’una capinera dalle tante segregazioni

Amelia De Simone – dicembre 2014.

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La pupara

La pupara

Da giovane facevo la pupara. Sapete cos’è, vero? E’ un’arte che ho imparato da mio padre Nino. Mio padre era il più bello degli uomini. Ma bello assai, non perché parlo da figlia. Le femmine che passavano davanti al nostro banchetto ci lasciavano sempre un po’ di occhi e di cuore. Tutte in tiro, il loro vestito migliore, si tiravano un po’ il bordo del vestito perché la scollatura andasse giù e catturasse l’occhio di mio padre. Ma quello, che discendeva direttamente dagli dei normanni, biondo, alto e con le gemme di mare, non aveva occhi che per mia mamma, Amalia.

E se mio padre era bello, mia madre era una madonna. Una madonna nera, con quella pelle scura, da vera siciliana, quei capelli neri e ricci, una perla del mediterraneo, poteva essere pure marocchina tanto la pelle era cotta di sole. Mio padre era un uomo dalle vedute larghe, non l’assillava con la gelosia, come gli altri uomini siculi, troppo la venerava e sapeva nel cuore della sua fedeltà. Seguiva con lo sguardo i suoi fianchi sinuosi che allargavano l’aria e strappavano gli altri uomini alle loro faccende. Più d’uno, forse mille, avrebbe fatto pazzie per lei, ma tutti rispettavano Nino, uomo d’un pezzo, poche parole, ma autorevole. La gente capisce sempre chi è il capobranco e sta a cuccia. Io assomigliavo assai ad Amalia, ma ero pallida, e poi ero così gracile, i seni inesistenti, mentre lei era prorompente, la scena era tutta sua quando appariva, aveva il busto delle ancelle e la grazia delle muse, io le ero devota come a una madonna veramente, e pure quando mi prendevo uno scappellotto non mi ribellavo, tanto poi lei arrivava dopo due minuti, mi arruffava i capelli e mi soffiava in faccia, mi faceva ridere e diventavamo di nuovo amiche.

A mia madre piaceva cantare. Cantava sempre mentre mio padre costruiva i pupi. E cantava quando mio padre mi insegnava a costruirli. La sua voce era un po’ roca, una voce che dà languore agli uomini. Nino fingeva di fissare i ferri del mestiere, ma era tutto languido alla voce che gli aveva rubato il cuore, e pieno d’orgoglio che tutta questa prosperità fosse per lui e lui soltanto

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Ho vinto

Ho vinto il premio Grinzane Cavour. Devo andare a ritirarlo, sono emozionatissima, sono circa 3 ore che mi vesto e mi spoglio, mi rivesto e cambio ancora mise. Non voglio apparire troppo severa o seriosa né un’intellettuale che finge d’essere una diva del cinema. In effetti quel vestito blu lungo è ridicolo per ritirare un premio letterario, perché l’ho comprato? Forse perché ho pensato che facesse risaltare i miei occhi azzurrissimi, la mia pelle chiara, i capelli biondi, quasi da svedese.

Quando mi sveglio, senza trucco, mi guardo allo specchio, penso sempre alla stessa cosa: sono senza faccia*, così chiara, senza contorni definiti, si fatica a darmi un profilo. La prima cosa che faccio, dopo la pipì e una rinfrescata con semplice acqua al viso, è darmi del mascara a quelle ciglia lunghissime, così bionde e così invisibili, paiono la metafora della mia vita, bellezze interiori così profonde e così trasparenti, se non le imbelletto nessuno se ne accorge, rimango senza volto, senza voce. Per questo ho preso a scrivere, è il mio belletto, è l’unica cosa che mi rende l’ombelico del mondo, altrimenti resto nascosta, pigiata nelle mie convinzioni negative, nei miei umori così altalenanti, che sfiorano quasi la nevrosi.

Qualcosa di buono devo scriverlo se ho vinto un premio così prestigioso. Mi devo preparare, è tardi. Metterò un tailleur nero, perle e un filo di rossetto. Avrò una faccia fin quando non mi struccherò dopo il ritiro del premio. Il mio momento di gloria. Amelia De Simone.

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La prigionia

É un tale refolo di vento
Questo sentire per te,
Mi morde piano piano il petto,
Come un animaletto selvatico,
E non so sognare se non carezze in viso e baci
E mille volte i corpi in comunione,
É leggero il mio vagheggiare,
Porta solo ambrosia, solo festa,
Assaporo ad occhi chiusi la gaiezza della passione
Che mi tiene in ostaggio,
Prigionia desiderata e trattenuta.

Amelia De Simone – dicembre 2014.

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Cuore matto

Ho un cuore che fa le curve,
mi strattona, va su e giù,
un po’ di vertigini e poi la calma,
e poi s’arresta e poi s’arrabbia,
s’immalinconisce e poi scoppia in risa,
ho un cuore un po’ bipolare,
a volte si assenta e a volte sbuca d’improvviso,
e s’attorciglia nelle spine,
finge d’assopirsi e poi si desta ancora più arzillo,
ho un cuore matto, ma matto assai.

Amelia De Simone – dicembre 2014.

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Piove su Torino

L’acqua divora l’orizzonte,
tutto è bruma,
la punta della Mole si nasconde,
non per pudore ma per i cieli contro,
secchiate di tristezza e nebbia
e ricordi amari si rovesciano sulla città,
doma ai furori della volta ostile,
tutto è malinconia, pallore,
il sole pare d’altri mondi

Amelia De Simone – dicembre 2014

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