Il tempo di riposare le membra,
e poi fummo scandalo e peccato,
ne fummo schiavi,
nessuno può ricoverarsi da tanta furia e istinto
d’esser labbra di labbra, fiato nel fiato,
non seguimmo che il nostro destino,
senza le false paure,
senza temere di esser poi
la polvere delle nostra stesse ossa,
lasciammo fiorire capelli e carezze infinite,
senza mai arrenderci,
ritrovando antichi gesti
in giorni nuovi
Ho una fitta, persiste,
É la tua assenza, ti sogno,
Ti chiamo, eppure resisti,
La fitta insiste, ho squame non più pelle,
Ritorna, che anche tu mi sogni
É un tempo dipanato questo,
Mi confonde i pensieri e il sentire,
Ricalco sogni già vissuti oppure
Rivivo quel che é noto ai segreti dei cieli
Mi faccio forza e resisto, perché scappare
Alle mie vicissitudini é una malìa troppo forte,
Mi trattengo al mio destino,
Il cuore che scoppia, sono fedele ai miei passi
Io sono onesta e riconosco che
Faccio solo parodia, un po’ di scena,
Sangue e teatro, svenimenti e furie incontrollate,
un po’ troppa carnalità,
E pianti a fiumi e risate grasse e coinvolgenti,
Una donna d’amore, o forse un’attrice un po’ stonata,
che dimentica le parti e a volte
Recita tristezza quando dovrebbe impersonar
Leggiadrie da innamorata, io sono onesta,
Solo non so che voglio dire, a parte che temo
Non che mi dimentichi, ma che ti dimentichi io.
Il dr. Kramer è il mio psicologo. Credo che abbia scelto questo mestiere perché ha mani troppo belle per imbruttirle facendo il muratore, ad esempio. Conosco a stento il suono della sua voce. Una voce profonda, calma, che sa di mare d’estate nel pomeriggio inoltrato, quando l’acqua è cristallina e calda e raccolta in sè. Mi porge la mano, caloroso, leggermente affettuoso, mi saluta e poi cominciamo la seduta. Mi siedo in poltrona (non esistono più i lettini, sono un’invenzione cinematografica!) e incomincio a raccontarmi. A volte ho cose interessanti da riportargli, vedo che lui prende appunti, sono una brava paziente. Altre volte invece devo inventarmi qualcosa, mi dispiace che lui non rimanga colpito, diamine non posso deluderlo così. Allora mi invento cose turpi, o grandi disagi emozionali. Riesco persino a piangere, con lacrimoni silenti, senza singhiozzare, non voglio metterlo a disagio e poi è tremendamente inelegante. Mi porge un fazzolettino, è partecipe, ma non parla. D’altronde che deve dirmi? “Continui, così prendo appunti”? Altre volte gli dico la verità, mi metto a nudo, ma mi pare una cosa sconveniente, io vado da lui solo perché parlare ad alta voce in strada mi procurerebbe qualche guaio. Vorrei che lui mi dicesse, proprio quando racconto la verità più vera: “Signora, perché inventa? Io son qui per aiutarla, perché non si fida di me?” E vorrei rispondergli” Perché non mi fido degli uomini, ho scelto lei e non una donna per continuare a non fidarmi degli uomini, il piacere masochista prolungato” Credo che il dr. Kramer abbia un lungo lavoro da fare con me. Ha appena comprato un taccuino nuovo, dedicato solo a me. Amelie, bugiarda impenitente.
É come costruire con la sabbia asciutta,
La infili a forza nelle forme
E vengono giù tanti granelli
Che fanno polvere e non assomigliano a nulla
Solo granelli, i tuoi sogni sono granelli,
E le speranze pure, non sai creare case e castelli,
solo granelli polverosi nell’aria,
Le mani incerte, senza abilità,
Senza più forza, arrese, tristi
Ti ho stretto così tanto le mani,
Forse senti ancora il dolore,
La paura di perderti o di lasciarmi perdere,
E invece tu sei qui, a fugare i miei fantasmi,
Sei qui, perché questo é il posto giusto per te.
Sono attratta dalle parole. D’improvviso ne leggo o ascolto una che mi buca, e, come un ragno con la mosca, la intrappolo nelle ragnatele della mia mente. La vedo sbattere le alucce per liberarsi, ed io mi concentro sulle loro iridescenze, non la vedo più nella sua essenza e radice filologica, ma come un assolo, un essere fine a se stesso che ha deciso di infatuarmi con una semplice consecutio di sillabe. Una parola ti può innamorare, toglierti improvvisamente e con forza da umidi pensieri e librarti in volo, come una carezza di Dio sulla testa. Ricordo ancora quando ho scoperto “afflato”, l’incanto subito dal suono musicale, dall’accezione così delicata e dirompente al tempo stesso. Sono una persona piena di cose, di fardelli, dovrei decidermi a fare repulisti, tante cose di cui non so rinunciare a possedere, che però non mi servono realmente. Ma una sola cosa non potrei dare via, i libri, il magazzino dei sogni, il traghetto per il mare dei liberi pensieri. É una questione di afflati.
E’ difficile concederti come mio approdo,
è faticoso, pericoloso come ipotesi,
perché si può lasciare la propria ragione
nelle vie spazzate dai marosi rabbiosi,
e rendersi un fagotto di pelle e ossa bucate,
assente alla vita, e rovinato,
se io ti ripudiassi per mera noia, io ti capisco,
e ti lascio la porta aperta, girami le spalle,
se sai vivere senza folgori, senza guizzi.
O guardami in viso e rimandami indietro
i raggi cocenti dei fari luminosi